Ginevra

 La mia è una malattia che fin dal nome non prometteva nulla di buono: triplo negativo vuol dire tre no ai tre possibili bersagli delle nuove terapie mirate. Significa che i medici non avevano altra arma che la vecchia chemioterapia, con i suoi effetti collaterali. Ma l'oncologo che mi aveva in cura mi diede speranza: con un più aggressivo protocollo sperimentale, messo a punto dalla rete di ricercatori sostenuta da AIRC, potevo farcela anch'io. E così mi buttai senza pensarci troppo su, confidando in chi mi curava ma anche nella mia forza di carattere, mai venuta meno. Non persi tempo a recriminare su una diagnosi che avrebbe potuto essere anche più precoce: ad agosto infatti mi ero già accorta di avere un nodulino al seno, ma non avevo dato importanza alla cosa perché mi ero sottoposta allo screening con ecografia e mammografia solo pochi mesi prima. Invece era già il tumore che faceva capolino e che si sarebbe manifestato solo a dicembre. Non fu un errore http://cdncache-a.akamaihd.net/items/it/img/arrow-10x10.png dei medici, perché al momento in cui avevo eseguito gli esami, come è stato poi verificato, la malattia era ancora invisibile e ha cominciato a crescere solo nei mesi successivi.   È un caso raro ma che può capitare, per cui raccomando alle mie amiche: sottoponetevi regolarmente ai controlli, ma non trascurate per questo eventuali segnali di allarme tra un accertamento e l'altro. Un risultato rassicurante non deve infatti trarre in inganno. Nel mio caso alla fine fu una ghiandola infiammata sotto l'ascella a svelare la presenza del tumore. Venni operata e sottoposta a tutte le cure del caso.  Quando mi ammalai stavo facendo ristrutturare l'azienda agricola che gestivo, per creare un agriturismo insieme con mia figlia. Al ritorno dalle sedute di chemioterapia, perciò, andavo a seguire i lavori o a controllare la trebbiatura del grano. «Continui la sua vita come sempre» mi diceva l'oncologo. E io sono sicura che tenermi impegnata anche in quel periodo così difficile, concentrandomi sul futuro invece che sulla malattia, certamente mi ha aiutato. 

 


Valentina

Mentre lottavo per la mia, sono riuscita a dare la vita anche a mia figlia. Per questo spero che la mia storia porti speranza ad altre donne nella stessa situazione. Grazie all'aiuto dei medici, infatti, sono riuscita a combattere il tumore al seno che mi ha colpito durante la mia seconda gravidanza e a dare alla luce una bambina sana.Per il resto la mia storia è simile a tante altre. Era l'agosto del 2009, quando durante una doccia mi accorsi della presenza di un nodulo al seno. Feci subito un'ecografia, ma venni rassicurata: "Non è nulla di grave".
Nello stesso mese scoprii di essere incinta. Avrei dato una sorellina al mio Matteo e ciò mi riempiva di gioia. Durante una visita di routine per la gravidanza raccontai però alla ginecologa che mi seguiva del nodulo che avevo scoperto. Lei, allarmata, mi consigliò una vista all'IST, Istituto scientifico tumori (o Istituto nazionale per la ricerca sul cancro) di Genova.
Il dottore che mi visitò capì subito la gravità della situazione e richiese una biopsia che confermò il suo sospetto: carcinoma triplo negativo, uno dei più aggressivi e difficili da curare. Nonostante questo, decisi di proseguire la gravidanza.
Nel gennaio 2010, alla ventiseiesima settimana di gestazione, venni operata. L'intervento andò bene, il tumore venne rimosso e i linfonodi intorno risultarono essere negativi. Era un primo successo, anche se dovevo affrontare la chemioterapia, che è estremamente problematica durante una gravidanza. Con gli oncologi dell'IST analizzammo le varie possibilità, ma solo una sembrava essere quella percorribile nella mia situazione. Non potevo, infatti, aspettare la nascita della bambina prima di cominciare a curarmi, perché ero appena alla ventiseiesima settimana, e c'era il rischio che la malattia nel frattempo continuasse ad avanzare. D'altra parte non potevo nemmeno far nascere Anna così prematuramente. Decidemmo quindi di iniziare la cura, che sarebbe stata interrotta per far nascere la piccola e ripresa subito dopo. Alla ventisettesima settimana iniziai il primo dei due cicli di chemioterapia previsti nel corso della gravidanza. Per ridurre i possibili effetti negativi sulla bimba, il farmaco veniva estremamente diluito e somministrato lentamente, nel corso di 72 ore, durante le quali ero ricoverata e monitorata attentamente. Alla trentaquattresima settimana la terapia venne interrotta per far nascere Anna, che pesava 2,1 kg e godeva di buona salute.
La settimana dopo il parto ripresi i cicli di chemioterapia seguiti dalla radioterapia. A fine luglio 2010, finalmente, il trattamento è terminato. I medici che mi hanno curata sono stati meravigliosi, non solo professionalmente ma anche emotivamente, e mi hanno dato forza e coraggio senza nasconder nulla e condividendo con me ogni scelta. Oggi io e la mia piccola stiamo bene, mi sottopongo a controlli ogni sei mesi e la mia vita è tornata come prima, ma con una bimba in più in famiglia.

 




Biancaspina

Nell’autunno del 2010, dopo un anno pesante allietato da una incredibile vacanza tardiva, ho scoperto di avere un tumore al seno. Avevo 36 anni e due bambini piccoli, piccolissimi. Nessuna familiarità e alcuni sintomi trascurati, per i quali mi porterò dietro il senso di colpa per sempre.
Forse a causa dei sintomi trascurati, l’iter è iniziato subito e subito mi sono ritrovata al centro del turbine intervento-cure-esami, turbine nel quale sono ancora dentro, tutta intera.
Nel frattempo i capelli sono ricresciuti più scuri, più forti, più ricci: il mio ritratto, perchè anch’io sono così. Più facile ai momenti cupi, più dura, più esposta ma anche più sensibile al bello della vita.
E quello che fortissimamente voglio, è che questa malattia dalle potenzialità altamente distruttive, provochi in me invece un cambiamento che vorrei fosse solo positivo: voglio vivere meglio, voglio amare di più e soffrire di meno. Voglio che la malattia e tutto quel che comporta siano per me un ponte che mi permetta di vivere una Seconda Vita.

(Il blog di Biancaspina
La seconda vita
)

 

 

Piergiorgio

Stamattina mentre mi recavo sul posto di lavoro e pensavo ai casi della vita, a questa malattia che in meno di 18 mesi si é portata via mia moglie entrando in modo cosi prepotente nelle nostre vite distruggendo in un attimo quello che aveva resistito, fortificandosi ogni giorno di più, a prove di una durezza estrema una consapevolezza ha preso corpo nel mio pensiero: questa malattia che eviscera le donne della nostra vita eviscera la nostra vita stessa e quindi anche noi maschi.... e allora perchè non condividere le esperienze... lo devo a mia moglie all'urlo silenzioso e dirompente nei suoi occhi negli ultimi giorni a mia figlia che ha visto morire la mamma mentre le stringeva la mano a tutte quelle donne incontrate negli ospedali nei cui occhi leggevi lo sgomento e la paura di non sapere chi le stava divorando da dentro e a quei medici che fanno un mestiere difficile nel quale spesso le sconfitte sono più delle vittorie e che pur di salvare una vita sono disposti a condividere il nostro dolore facendolo anche proprio.
(TUMORE NON é SOLO TIMORE)

 

 

Lucianna

Sono una ragazza di 29 anni e da un anno combatto la malattia di mia mamma quasi in prima persona, al punto che con l'inizio della sua caduta dei capelli dovuta alla chemio ho cominciato a perderli anche io ma dovuta a una forte depressione collera e nervoso...nervoso che ancora oggi mi porto dietro mentre mia mamma ogni 21 giorni continua la sua terapia. Mia mamma si e accorta di un piccolo nodulo al seno nel 2008 ma che ha trascurato l'importanza visto che avevamo mio padre con gravi problemi cardiaci, ora sta bene per fortuna, ma sono stati mesi tragici,dopo l'intervento al cuore ha avuto una riabilitazione molto lenta, poi una depressione post operatoria che non augurerei a nessuno, ma per fortuna dopo mesi e mesi si e ristabilito, intanto siamo nel marzo del 2009 quando arrivano delle semplici analisi che mia mamma poi decise di fare per controllarsi quel noduletto invisibile che negli otto mesi era cresciuto moltiplicandosi di volume con esito :47% di cellule neoplastiche nell organismo. Ecco un altro velo nero nella nostra famiglia, a cio è seguito intervento con asportazione del tumore alla mammella destra e asportazione di un altra neoplasia alla mammella sinistra riabilitazione, radio e chemio e quest'ultima continua ancora oggi e finirà nel settembre del 2011. Queste situazioni sono state accompagnate da panico tensione paura pianti e sfoghi che solo Voi potete capire e che non esistono parole per spiegare. Dolori che vi trafiggevano il cuore, io parlo da figlia e quindi da pilastro di mia mamma perche in tutto cio c'ero io a sostenerla in tutto, l'ho seguita addirittura in sala operatoria, inoltre avevo mio padre a terra moralmente e psicologicamente mia sorella più piccola incapace di accettare le situazioni...insomma combattiamo ancora ed e dura ma oggi a distanza di un anno mi sono resa conto che con un briciolo di fede si arriva ovunque,basta fare una preghiera e ci si sente liberi leggeri...e come se non fosse successo nulla.... il problema e la disperazione restavano e restano ancora oggi ma quella sensazione e una camomilla in una notte turbolenta, la tempesta non passa ma l'animo si placa e si riceve la forza di dire e fare ciò che un momento prima si pensava fosse impossibile. Poi c'e la rabbia quando mi dice: non so se vedrò il giorno che ti sposerai, se conoscerò mai i tuoi figli....e tanto altro che mi fa piangere solo a pensarle queste cose.

(TUMORE NON é SOLO TIMORE)

 

                                                                                    

Gabriella

Quando mi fu diagnosticata la malattia, il mondo mi crollò addosso e con esso mille preoccupazioni ed altrettante paure.

Non avevo allora nessun punto di riferimento e lo smarrimento iniziale era accompagnato da tanta angoscia perché il tumore ci aveva trovato impreparati tutti: mio marito, mio figlio e soprattutto me che dovevo iniziare la mia battaglia al buio.

Tutti mi sono stati vicini aiutandomi ad affrontare le varie fasi della malattia.

 Anche le mie amiche sono state affettuose e care, ma io cercavo qualcosa di diverso, un confronto con altre donne operate, in un percorso di condivisione e di solidarietà.

Ebbi la fortuna di incontrare e di credere nel mio senologo che mi fece conoscere ANDOS...ecco avevo trovato quello che cercavo in passato. Qui ho ricevuto sostegno, incoraggiamento ed ho maturato tanta fiducia verso me stessa..

Con l'aiuto dell'associazione ho capito che non bisogna mai demoralizzarsi, che tutto è frutto di piccole conquiste personali e familiari. Mio marito è cresciuto con me e continua a darmi forza.

 Ora sono diventata anch'io una volontaria ANDOS ed aiuto le persone che stanno vivendo questi difficili momenti con le parole, con consigli ma soprattutto apro il mio cuore per raccogliere le loro sofferenze.

Quando si sta insieme con questo spirito di cammino condiviso, è tutto meno difficile ed anche i problemi più invalicabili si superano senza rendersi conto chi dà e chi riceve.... Cerco di testimoniare attraverso la mia esperienza che bisogna aver fiducia e credere in noi stesse e nelle persone che ci curano.

 Ora la mia vita è colorata di verde che è il colore della speranza e della gioia di vivere.

                                                                         

 

 

Lauretta

 Io ho avuto paura del male, del futuro, degli altri e dei loro pensieri, della morte.

 Poi con fatica e con tanta volontà ho affrontato le grandi difficoltà che via via ho incontrato sul mio cammino.

 La malattia mi ha insegnato molto, ora, vivo alla giornata ed apprezzo di più la vita.

Sono felice per le piccole conquiste e riesco a vedere tutto con gli occhi della speranza mettendo in secondo piano molte cose che prima ritenevo importanti.

Sono riuscita a modificare la mia filosofia di vita per merito anche delle volontarie dell'ANDOS.

 Le ringrazio per aver sorriso al mio posto quando io non ne avevo voglia e per avermi incoraggiata nei momenti difficili.

 In associazione ho vissuto la condivisione vera , ho imparato a non sentirmi diversa e maturando forza interiore ho capito che dal tumore si può guarire.

 La mia riconoscenza e gratitudine va a tutte queste care e disponibili persone che sono riuscite a caricarmi di tanta energia positiva così da farmi maturare la tenacia che mi da la forza di andare avanti.

 Ora riesco con serenità a progettare il mio futuro ed a gioire per i doni che la vita mi dà.

 

 

 Franca

Oggi per me è un giorno felice. Sono 10 anni che sono stata operata al seno e passato questo periodo i medici dicono che sei guarita.

 Il percorso non è stato facile… L’accorgersi del nodulo, la biopsia, l’intervento..la risposta istologica.

Il mondo che ti crolla addosso e pensi a come comunicarlo ai tuoi cari e rendere la notizia meno devastante possibile. Poi si inizia con la chemio che ti entra dentro e distrugge tutto quello che trova… e avanti con la radioterapia… i controlli… gli esami…si entra in un vortice che ti travolge… tante battaglie da affrontare a muso duro.

Devi  trovare il coraggio e la forza di affrontarle per questo ti servono delle persone accanto che ti supportino.

 Sono stata fortunata…ho avuto un supporto psicologico notevole da parte dei miei figli, dei miei famigliari e di molti amici… senza di loro non ce l’avrei fatta.

Purtroppo ci sono donne che devono affrontare tutto questo da sole…. è per questo che nascono le associazioni come ANDOS ove ci si può rivolgere anche solo per un consiglio, per una parola di conforto e anche per non stare da soli a pensare.

 Sono entrata in questa associazione prima come paziente in quanto affetta da linfedema (braccio grosso) e poi come collaboratrice. Ho trovato delle volontarie meravigliose che mi accolgono con un sorriso, un caffè e ti fanno sentire importante. 

Grazie a tutte per esserci  sempre.

 

 

Ivana

 Doveva essere una pleurite, invece erano metastasi. Dopo 15 anni dal tumore.

Dieci minuti di black    out, poi mi sono detta “Non posso. Ho la mia famiglia, ho i miei ragazzi, tra un mese mi nasce la seconda nipote in Sudafrica, ho già il biglietto dell’aereo”. Il chirurgo mi ha operato e mi ha rimesso in piedi nel giro di un mese, pronta per le 16 ore di volo, senza morfina né    sedia a rotelle.

Questo accadeva lo scorso maggio. Ora sono qui e mi sento discretamente bene, a parte qualche effetto collaterale di una pasticca che devo prendere. Ma ci metto la firma e vado avanti anche 30 anni. So che ci sono casi che riescono ad andare avanti per tanto tempo… Per ora ho la visibilità a tre mesi, quando faccio la tac per vedere come evolve la situazione: per il momento se questo farmaco riesce a bloccare le metastasi alla pleura non dovrò fare la chemio.

Che dire di me? Mi sento un’avventuriera, vivo ogni giorno cercando di stare accanto ai miei cari. Da quando ho avuto il primo tumore al seno ho fatto cose che non avrei mai pensato. Ho viaggiato per il mondo, sono diventata una canoista, ho acquistato ancora più indipendenza di quanto non ne avessi prima.

Mi rendo conto di essere tra quelle fortunate. L’unico esito veramente pesante di questa pasticca è la stanchezza. Non è facile spiegarla, è un forte affaticamento fisico, apatico, che mi prende sopratutto il pomeriggio. Non mi piace come mi fa sentire perché non mi rende autonoma e mi costringe ad uscire sempre in compagnia, ma sto imparando a gestirlo: vado a letto presto, stiro e cucino da seduta. Insomma, mi devo organizzare perché c’è la casa da mandare avanti, tre cani da curare (che quando piove entrano in casa e sporcano dappertutto, ma che ci volete fare? fanno parte della famiglia…) e poi per tre pomeriggi l’altro mio figlio mi porta la pupa di due anni e mezzo da tenere.

E la mattina c’è il lavoro. Ho la fortuna di lavorare in un ente pubblico da 25 anni, i miei colleghi e superiori mi aiutano molto dal lato psicologico, mi fanno sentire coccolata. Ogni mattina mi alzo alle 6, mi trucco, litigo con i miei capelli ricci, mi metto un po’ di profumo, esco e attacco a lavorare alle 7,15. Non ho più l’autonomia delle 24 ore no-stop, però finché ce la faccio vado avanti. So che non sono più quella di prima, ma il mio lavoro lo svolgo comunque.

(Tratto da D.Repubblica.it)

 





Sabrina

Mi chiamo Sabrina e oggi vi racconto qualcosa di me. Di me e del mio cancro al seno già “metastatico all’esordio”, come c’è scritto sulle cartelle cliniche. L’esordio è stato 6 anni fa, cioè quando avevo 36 anni. Una delle prime cose che ricordo, effettuati i controlli del caso, è l’oncologa che mi diceva “ti do una bella notizia, non è leucemia, ma cancro al seno con metastasi ossee. Più facile”.

“Facile” non è l’aggettivo che avrei usato, non fosse altro per la vertebra che comprimeva sul midollo osseo e che nessuno “si sentiva” di operare. Ho passato un anno tra letto e sedia a rotelle, con la prospettiva di rimanere paraplegica.

Mi sono ritrovata a farmi seguire a Lucca, per vicinanza e comodità. Spostarmi in quelle condizioni non era semplice, ma non è questo l’unico motivo. Quando abbiamo scoperto esattamente di cosa si trattasse, mio marito e mio fratello hanno fatto il giro degli ospedali più importanti e specializzati in tumori d’Italia. Tutti hanno confermato la diagnosi e le terapie che stavo facendo a Lucca.

Io non sono una che chiede molto, che vuole sapere le cose fino in fondo, ma preferisco rimane nel vago. A Lucca l’ambiente è piccolo, ci si conosce tutti, è facile prendere gli appuntamenti e non mi sento un numero come credo mi sentirei in una grande città. Le infermiere sono sempre le stesse e le vedo molto preparate, anche dal punto di vista umano, una cosa per me molto importante. Controllo su internet che i farmaci che mi prescrivono vadano bene. Comunque, mi fido dell’oncologa, con lei mi trovo bene, è disponibile.

Dopo 11 mesi dalla diagnosi, quando ormai non ci pensavo proprio più, durante un controllo oncologico mi viene programmato un incontro con un neurochirurgo che alla visita mi dice queste parole: “io non posso guarirti dalla tua malattia, ma sei giovane e posso provare a renderti la vita più normale: non è vero che la vertebra non si può operare, si deve operare!”. Avrebbe provato a rimettermi in piedi.

Prima di entrare in sala operatoria mi hanno detto che i rischi dell’intervento e quelli di finire per sempre sulla sedia a rotelle erano molto più alti della possibilità di successo. I medici sono così, non ti danno speranze, ti fanno firmare di tutto, ma io non avevo altra scelta.

Aver scelto di rischiare è stato soprattutto grazie al pensiero di un mio caro amico che adesso non c’è più. Lui, 3 anni più giovane di me, aveva problemi respiratori ed era in attesa di un trapianto di polmoni, ma nonostante questo conduceva in quel momento una vita migliore della mia, nel senso che poteva uscire, guidare, andare al mare, ecc.. eppure avrebbe fatto e rischiato tutto per vivere meglio. Il suo esempio mi è stato sempre di aiuto e in quel momento mi ha fatto dire “sì” a provare l’azzardo con la vita. Inoltre, in quel momento il pensiero è andato ai miei figli: come avrebbero vissuto con una mamma allettata? Perché con la vertebra in quella situazione era inevitabile e quasi imminente la paraplegia.

Mi sono svegliata dall’operazione e la prima cosa che ho pensato è “sono viva”, la seconda “muovo le gambe” ed è fidandomi di quel medico (e con l’aiuto di qualcuno dall’Alto) che ho ripreso in mano un bel po’ della mia vita.

(Tratto da D.Repubblica.it)

 

 

Luisa

Mi ero appena separata da mio marito, avevo 38 anni, un figlio di 10 e un mutuo da finire di pagare da sola quando nell’aprile 1999 la "pallina" che palpavo sul seno destro si è rivelata essere un tumore.

Nulla di grave, era ancora in fase iniziale, ma non sono stata particolarmente fortunata e ho dovuto affrontare parecchie complicazioni.

Ne ho viste di donne che sono entrate e uscite dall’ospedale in cinque giorni, serene - per quanto possibile - e con un foglio che diceva loro di fare solo controlli.

A me purtroppo non è andata così liscia». Luisa è bergamasca, una 50enne con grande determinazione, tanto coraggio e un nuovo compagno di vita dal 2009: «Nulla di speciale - dice lei -

. Guarda che chiunque si trovi davanti a un medico che ti dice "lei ha il cancro, ma può guarire" non ha scelta. Piange, si dispera, è terrorizzato. Poi si rimbocca le maniche e trova una forza che non sapeva d’avere. In questi 12 anni, fra terapie, controlli e frequentando l’associazione (fa la volontaria per Attive come prima, ndr), di storie ne ho sentite tante e la mia non ha nulla d’eccezionale rispetto alle altre».

Di certo non sono straordinari i problemi che ha dovuto affrontare. Come lei, circa il 40 per cento delle pazienti operate di carcinoma mammario soffre poi di limitazioni fisiche, sette su 10 devono affrontare questioni legate alla sfera intima e sessuale e quasi tutte soffrono, per periodi più o meno lunghi, di disturbi del sonno, ansia e senso di affaticamento.

«Ecco, sai cos’è già più raro trovare? - interviene Luisa -. Una malata che dica al suo medico la verità su come si sente, che chieda aiuto, che non si vergogni. Io sono sempre stata una senza peli sulla lingua. Vengo da una famiglia contadina e faccio l’operaia: siamo gente semplice, pratica, diretta. A scuola rispondevo ai professori e mi hanno sospesa. Col tempo ho imparato la lezione: dico sempre quello che penso, ma cerco di usare i bei modi.

Ho fatto così anche col mio oncologo: dottore, la malattia è sparita e sono contenta, ma io mi sento uno straccio, gli dicevo. Ogni volta, ogni controllo, non ho mai taciuto niente. Ho fatto l’elenco delle cose che non andavano e c’è voluto del tempo, ma alla fine abbiamo messo tutto a posto».

(Corriere della Sera – Sportello cancro)

 

 

Wondy

A quelle come me, che un giorno hanno scoperto di avere dentro di sé un sassolino e sono state travolte da un uragano.
A quelle come me, che hanno dovuto radersi i capelli e si sono viste allo specchio con la crapa pelata.
A quelle come me, che lottano tutti i giorni tra chemioterapie, interventi e controlli.
A quelle come me, che non si arrendono mai.
A quelle come me dico che siamo delle grandi donne.
E a quelle che hanno paura, si abbattono, si deprimono, si sentono vittime dico che un’arma imbattibile contro “l’alieno”, come lo chiamava Oriana Fallaci, è l’ironia.

È così che affronto il mio terzo sassolino in due anni.
Nel 2010 due tumori a un seno e nel 2012 un terzo tumore all’altro seno. Et voilà, il gioco è fatto.

Ma zero depressione, per carità. In ciò che sto vivendo voglio scorgere i lati positivi. “Quali?!” vi chiederete, voi lettori sani e donne affrante…
In realtà sono molti, qui ne cito solo alcuni:

1) Ora ho pochi capelli a causa del secondo giro di chemioterapie, ma allo specchio abbasso lo sguardo e mi ricordo che ho tutti i reggiseni appesi al chiodo… Ormai sfoggio una terza piena senza bisogno di sostegni!

2) Con le nausee e i mal di pancia, e a furia di ghiacciolini al limone e pasta in bianco, sono dimagrita. Un bel punto a3) Vista la mia stanchezza cronica, posso “divanarmi” serenamente e appropriarmi dell’ambito telecomando senza che nessuno in casa possa aprire bocca. Altro aspetto da non sottovalutare! Un altro punto a mio favore.

 3) Vista la mia stanchezza cronica, posso “divanarmi” serenamente e appropriarmi dell’ambito telecomando senza che nessuno in casa possa aprire bocca. Altro aspetto da non sottovalutare!

4) Gli amici e i miei cari mi sono vicini, ogni giorno e in ogni momento. Uno tsunami di affetto che capita di rado

5) Se mi faccio un regalo non mi sento in colpa, anzi! Mi ripeto come un mantra che è giusto coccolarsi. La shopping-terapia funziona.

6) Da quando ho un blog sulle mie 'chemio avventure' ho scoperto che noi donne dalla crapa pelata diventiamo più mature (non in senso di vecchie, eh?!) e alla fine ci godiamo ancora di più la vita e quello che ci ha regalato (cozze pelose  comprese, cioè i figli).

A quelle come me, quel 10% di donne che nella loro esistenza incontrano lungo la strada un sassolino al seno, dico: io mi sono trasformata in Wondy (così mi chiamavano a vent'anni, un po' wonder woman  e un po' wonderbra) ma tutte, se cercano dentro se stesse, troveranno uno scudo per difendersi e un'arma per combattere. Vi assicuro però che riuscire a vedere il bicchiere mezzo pieno, preferibilmente di mojito, e scovare il lato divertente delle cose fa vivere meglio. E poi, terminata l’emergenza, si torna alla vita normale. Con controlli semestrali, ma anche con qualche super potere in più.

(Panorama.it)